Quando pensiamo a novembre, ci viene naturale immaginarlo grigio. Forse proprio per questo abbiamo scelto la parola colore: per ricordarci che la luce si può creare, anche quando fuori è più tenue.
Il colore è una delle prime forme di espressione che impariamo da bambini: scegliamo una matita e la mettiamo sul foglio per dire qualcosa di noi, spesso prima ancora di saperlo spiegare con le parole. Il colore racconta emozioni, stati d’animo, desideri. Porta fuori quello che dentro non trova subito voce. A CasaOz lo vediamo ogni giorno: i bambini e i ragazzi si raccontano anche così, con il blu dei giorni tranquilli, il giallo delle risate, il rosso delle cose che scaldano il cuore. E a volte con colori che si mescolano, perché nessuna vita è mai di una sola tinta. Il colore, in questo senso, è una forma di libertà: non c’è un modo giusto o uno sbagliato di usarlo, non esiste la tonalità perfetta. È l’insieme che dà senso.
Il colore ci ricorda anche che siamo tutti diversi. È quello della pelle, certo, che porta con sé culture, storie e sguardi sul mondo. Ma è anche il colore delle esperienze e delle fragilità. A CasaOz non dividiamo le persone “per colore”: non esiste una stanza per chi è malato e una per chi non lo è, una per chi ha un disturbo dell’alimentazione e una per chi vive una fragilità sociale. Qui si sta insieme, com’è nella vita vera. E nella vicinanza, le sfumature non si annullano: si arricchiscono a vicenda.
Mi piace pensare a CasaOz come a una tavolozza: ogni persona porta il proprio colore e, mescolandosi con gli altri, contribuisce a creare un insieme più bello, più vivo, più vero. È così che la Quotidianità che Cura prende forma: nelle attività condivise, nel gioco, nello studio, nei pranzi e nelle chiacchiere del pomeriggio. Sono questi momenti a riportare colore dove la malattia tende a sbiadire.
E anche il futuro che stiamo costruendo al Molino di Cavoretto ha a che fare con il colore. È un progetto che immaginiamo pieno di voci, idee, energie nuove. Una tela bianca che aspetta di riempirsi dei colori di chi la abiterà. Perché gli spazi sono importanti, ma sono le persone — con le loro storie, le loro fragilità e le loro forze — a dare colore alla vita.