La parola che abbiamo scelto per questo mese è carezza. Una parola piccola, leggera, che però contiene una forza enorme. Perché una carezza è prima di tutto un gesto di vicinanza, il modo più semplice per dire “ci sono”. In un mondo dove tutto corre e spesso si guarda altrove, la carezza ferma il tempo e accorcia le distanze.
L’ho sempre pensata come un gesto che spezza l’isolamento, quello fisico e quello emotivo, che inevitabilmente la malattia o la disabilità si portano dietro. Nei momenti di fragilità, infatti, il corpo diventa spesso un terreno delicato, segnato da terapie, cicatrici, stanchezze. La carezza restituisce appartenenza, riconnette, riporta alla vita. È un modo per ricordare che, anche dentro la fatica, restiamo persone intere, capaci di sentire e di essere sentite.
A CasaOz, di carezze ne passano tante, ogni giorno. Non sempre si vedono, ma ci sono. Sono nei pranzi condivisi, nei giochi, nei compiti fatti insieme, nel modo in cui un’educatrice si china accanto a un bambino per aiutarlo, o in cui un volontario accoglie una famiglia appena arrivata. Sono gesti che non risolvono tutto, ma che fanno la differenza. Perché una carezza non cambia la realtà, ma cambia il modo in cui la si attraversa.
E poi ci sono le carezze che riceviamo. Quelle della comunità che ci sostiene, delle persone che scelgono di restarci accanto, dei partner che credono nel nostro lavoro e ci sostengono. È un cerchio che si chiude e si rinnova ogni giorno: la cura che si dà e quella che si riceve, la gentilezza che passa di mano in mano.
Forse la Quotidianità che Cura è anche questo: una carezza che attraversa la giornata, che non fa rumore ma tiene insieme tutto. Una mano che accompagna, uno sguardo che accoglie, un piccolo gesto che dice più di mille parole: non sei solo, siamo qui.